Ieri sono stata in città.
Non ho mai amato le città, se non in precisi istanti. Ad esempio, ho amato la città del primo mattino, quando s'iniziano ad alzare le serrande dei negozi e l'aria ha profumo di brioche calde e caffè; e quella sotto la pioggia infinita del lontano autunno del 2000, trasformata in uno specchio d'acqua che, al crepuscolo, rifletteva tutte le luci, al punto che pareva di essere divisi da un altro mondo solo dalla pellicola trasparente della strada.
Nella maggior parte degli altri istanti le città - persino una città piccola e tutto sommato vivibile come Trento - mi comunicano un senso di abbandono, di scollegamento dalla sostanza. Le persone sono di fretta e sospettano. Molte volte non sanno di chi o cosa devono sospettare, e quindi si risolvono a sospettare di chiunque e di qualsiasi cosa. Persino dell'annusare amichevole dei cani, della sorpresa dei bambini e dell'anziano violinista che, anno dopo anno, se ne sta seduto con le sue note spezzettate e il fodero del violino aperto davanti a sè.
Ebbene, ieri è successo che, mentre camminavo per la città, sopra di noi vi fosse un cielo spettacolare, di piccole nuvole tonde contro un azzurro intenso, simile ad un campo appena arato. Bastava un'occhiata perché i colori delle vetrine, i vestiti all'ultima moda dei passanti, i banchetti che promettevano tutto per vendere un niente diventassero minuscoli. Mi sono guardata attorno per condividere quello spettacolo che era impossibile non vedere e ho trovato un anziano signore, forse un turista, che se ne stava in strada con l'obiettivo puntato non sulle bellezze architettoniche di Trento, ma, per l'appunto, sul luminoso campo arato. Una sola persona!
Allora ho capito che sono fortunata a vivere nella bellezza - perché nel luogo fuoriluogo ogni attimo è così, zeppo di bellezza, di cose che mutano in forme meravigliose e bizzarre e crudeli e colorate. A quanto sono stata fortunata ad aver incontrato, nella mia vita e fin dalla mia nascita, persone che mi hanno insegnato a notarla e a cercarla, fosse anche sbirciando attraverso le fessure dei tetti.
E ho pensato solo Grazie.
sabato 27 settembre 2014
martedì 23 settembre 2014
Pensieri cresciuti nell'orto
Coltivare un orto insegna cose sulla vita.
L'ho pensato un mese fa, alle prese con disperanti erbacce e timidi trapianti, quando mi sono accorta di una cosa semplice e sbalorditiva.
Davanti a me alcune malconce piantine di cavolo, reduci da più di un incontro con le lumache e semi-soffocate dall'abbraccio troppo affettuoso del convolvolo, si tenevano in piedi a fatica. Ebbene no, il bilancio brassicaceo di quest'estate non è stato esaltante: ventisette tra cavoli Spitfire, verze e cavolfiori piantati, una ventina rimasti in vita - più o meno in vita.
Poco più in là, in una zona dell'orto invasa dalle erbacce che quest'anno avevo dato per spacciata, occhieggiavano due piccole verze. Le avevo piantate l'anno scorso, a luglio, e non erano riuscite a crescere prima che il freddo ci piombasse addosso. Evidentemente non avevano voluto darsi per vinte e avevano atteso la loro occasione, sotto le pesanti nevicate dell'inverno, sfuggendo persino alle nostre incursioni primaverili con la vanga-forca.
Ecco, mi son detta, la vita è esattamente così.
A volte ti ammazzi di lavoro, semini e pianti tantissime cose, annaffi, strappi le erbacce tutti i giorni e magari il risultato è magro e deludente; a volte capita che le cose crescano da sè, senza che tu non te ne accorga neppure.
E talvolta qualcosa che hai seminato tantissimo tempo fa spunta in mezzo alle erbacce... e se ha deciso di crescere lo farà.
L'ho pensato un mese fa, alle prese con disperanti erbacce e timidi trapianti, quando mi sono accorta di una cosa semplice e sbalorditiva.
Davanti a me alcune malconce piantine di cavolo, reduci da più di un incontro con le lumache e semi-soffocate dall'abbraccio troppo affettuoso del convolvolo, si tenevano in piedi a fatica. Ebbene no, il bilancio brassicaceo di quest'estate non è stato esaltante: ventisette tra cavoli Spitfire, verze e cavolfiori piantati, una ventina rimasti in vita - più o meno in vita.
Poco più in là, in una zona dell'orto invasa dalle erbacce che quest'anno avevo dato per spacciata, occhieggiavano due piccole verze. Le avevo piantate l'anno scorso, a luglio, e non erano riuscite a crescere prima che il freddo ci piombasse addosso. Evidentemente non avevano voluto darsi per vinte e avevano atteso la loro occasione, sotto le pesanti nevicate dell'inverno, sfuggendo persino alle nostre incursioni primaverili con la vanga-forca.
Ecco, mi son detta, la vita è esattamente così.
A volte ti ammazzi di lavoro, semini e pianti tantissime cose, annaffi, strappi le erbacce tutti i giorni e magari il risultato è magro e deludente; a volte capita che le cose crescano da sè, senza che tu non te ne accorga neppure.
E talvolta qualcosa che hai seminato tantissimo tempo fa spunta in mezzo alle erbacce... e se ha deciso di crescere lo farà.
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